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memorie e appunti di viaggio di due monaci zen

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13 agosto 2007

13 agosto 2007- Di passaggio a Parigi sulla via per il Tempio della Gendronniére per il consueto campo estivo.

Gyoetsu ed io entriamo in un bar per un piccolo caffé. Il bar, in ogni dettaglio un tipico caffé parigino, è gestito da una famiglia di cinesi. Al momento di pagare il proprietario ci fa un gentile segno di rifiuto e ai nostri sguardi sorpresi ci indica una piccola statua di Buddha seminascosta in uno degli scaffali: avendoci riconosciuti come membri del sangha monastico ha deciso di farci dono di quella piccola tazzina di caffé. Abbiamo ringraziato a mani giunte e siamo usciti visibilmente toccati. Quasi subito mi sono chiesto: che cosa ho fatto di speciale per meritarmi questo dono ? In fin dei conti la mia pratica non si differenzia poi tanto da quella di un onesto praticante laico, a parte il fatto che mi raso regolarmente la testa e mi abbiglio con esotici paludamenti. Noi non siamo monaci del Vinaya che vivono in monastero e seguono centinaia di precetti. In pochi (sebbene fondamentali) aspetti la nostra vita si differenzia da quella del nostro vicino di casa. Che cosa, allora, fa di me una persona degna di ricevere un offerta? A parte questo esame di coscienza che credo noi che ci fregiamo del titolo di monaci zen dovremmo regolarmente fare, mi sono reso conto di aver commesso un errore di presunzione: non era a noi che il devoto cinese aveva offerto il caffé... ma al Buddha !

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