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Lo Zen e le Forme della Pratica

Entrando in un luogo di Pratica Zen, immediato ci coglie un senso di pace profonda, come mai?

Probabilmente la sobrietà e l’eleganza delle forme nello Zen, riescono a parlare direttamente al cuore e lo aprono al senso della bellezza che è espressione di pace e di risveglio spirituale.

 

doryu cappelli zazen

 

In molte persone che vengono a provare la meditazione nel nostro Centro, nasce la perplessità dell’incontrare gli aspetti formali della Pratica Zen.
Lunghi abiti neri, regole di comportamento, gestualità codificate, suoni di strumenti vari, offerte di incenso a statue di legno, metallo, ceramica.
E' comprensibile che queste forme possano  generare un senso di disagio o addirittura di avversione.


Perchè non limitarsi alla pura e semplice meditazione seduta, senza forme e sovrastrutture ?

Innanzitutto è vero che lo Zen è Zazen: stare solamente seduti. Meditazione seduta è Pratica universale non legata a nessuna forma ed a nessun tipo di cultura, e le Forme e i Rituali che ci vengono trasmessi dalla tradizione, sono esse stesse Pratica, ed anche arricchiscono e approfondiscono la Pratica dello Zazen.

In che modo ?

Tutto può essere riportato a due soli concetti: Zanshin, lo spirito del gesto che si compie puro in se stesso al di là del nostro ego, e Wago, armonia: armonia come quella esistente nel Sangha, la comunità di Pratica, un gruppo di amici che condividono la stessa fede e si supportano l’un l’altro.
Le Forme dello Zen, non certo il formalismo, hanno lo scopo di rendere armoniosa la nostra mente, il nostro corpo, la nostra Pratica.

Gli abiti scuri e lunghi, traducono l'essenziale: contribuiscono a creare un senso di concentrazione, vanificando le distrazioni dei colori sgargianti e delle forme del corpo.

I suoni scandiscono i momenti della Pratica, evitando l’uso delle parole e custodendo il silenzio.
Le differenti vibrazioni dei diversi strumenti, parlano un linguaggio che il nostro corpo recepisce in maniera diretta, senza passare al vaglio della mente.

L’offerta dell’incenso e degli inchini alle statue, apre lo spirito ad una dimensione religiosa che va al di là del nostro ego: quando offriamo un incenso e ci inchiniamo, non abbiamo niente in cambio, le statue non ci restituiscono niente, è semplice e pura gratuità del gesto, apertura.
Quelle statue infatti, sono il simbolo della Natura di Buddha che pervade tutto l’Universo, al di là delle ideologie religiose.

Cantare i  Sutra è Pratica di dono, generosità. L’energia che si genera con il canto, con la recitazione dei testi che esprimono la Verità, viene dedicata infatti al benessere, al Risveglio di tutti gli esseri, nessuno escluso. E lo sforzo che impieghiamo, l’impegno che profondiamo per creare col canto un insieme armonioso, ancora una volta ci porta al di là del nostro essere autocentrati, e ci apre all’interconnessione con tutti gli esseri. Aprirsi ad uno spirito religioso, non vuol dire aderire ad una ideologia, ma vuol dire armonia, apertura totale.

Cucire e indossare Rakusu e Kesa, le vesti per la Pratica dei monaci e dei laici che ricevono una ordinazione, è riconnettersi concretamente al Buddha e ai Maestri della Tradizione.

L’ atto stesso di indossarli è un rituale di consapevolezza.

Assumere i pasti in modo rituale e formale, è espressione di gratitudine nei confronti della meravigliosa dinamica dell’interconnessione di tutto l’universo che porta cibo nelle nostre ciotole, il quale a sua volta ci permette di continuare nella Via del Bodhisattva, colui che ha espresso il voto di salvare tutti gli esseri, in un cerchio infinito.

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